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L’ECCEZIONE DI GIUDICATO

  L’ECCEZIONE DI GIUDICATO (di Giuseppe Di Nardo)   Con la sentenza n. 13987/19 (depositata il 23 maggio 2019) la Corte di Cassazione ha confermato alcuni principi già enunciati in precedenti decisioni (Cass. S.U. 226/01, Cass.13916/06/ 21493/10 e  22506/15). Nel caso sottoposto al giudizio della Corte la ricorrente, proponendo impugnazione avverso una sentenza di appello della CTR della Toscana (che aveva rigettato, previa riunione, n.21 appelli dalla stessa proposti avverso altrettante sentenze della CTP di Livorno), aveva dedotto, come primo motivo di impugnazione, l’esistenza di un giudicato, ad essa favorevole, sulla stessa questione di fatto e di diritto, già intervenuto nei confronti di un suo coobbligato. La ricorrente aveva precisato che, pur non avendo essa  partecipato al precedente giudizio in cui era stata parte il suo coobbligato, la preclusione conseguente al giudicato era da ritenere applicabile anche a suo favore in base al disposto di cui all’art. 1306 c.c. secondo il quale la sentenza pronunziata tra il creditore ed uno dei condebitori in solido può essere opposta al creditore salvo che sia fondata su ragioni personali (ipotesi quest’ultima non sussistente nel caso). Il Giudicante, premesso che dall’attestato di passaggio in giudicato della sentenza emessa nei confronti del coobbligato, prodotto dalla ricorrente, risultava che il giudicato si era formato prima che fosse depositata la sentenza di appello oggetto dell’impugnazione e che la ricorrente non ne aveva mai eccepito l’esistenza nella fase di merito né aveva impugnato la sentenza con il rimedio della revocazione ordinaria, respingeva il ricorso per infondatezza. Nella motivazione veniva affermato che, secondo un antico e mai superato principio giurisprudenziale, nell’ipotesi che il giudicato si sia formato nel corso del giudizio di appello e la sua esistenza non sia stata eccepita nel giudizio di merito, nei confronti della sentenza di appello  può essere esperito unicamente il rimedio della revocazione ex art.395 n.5 c.p.c. e non quello del ricorso per cassazione. Era altresì precisato che il rimedio revocatorio è esperibile  dopo il deposito della sentenza di appello, poiché fino al deposito della stessa l’interessato può far valere il giudicato esterno in seno allo stesso processo, anche eventualmente chiedendo la rimessione della causa sul  ruolo, Veniva quindi enunciato il principio secondo cui, al fine di stabilire quale sia il rimedio  disponibile per fare valere la preclusione derivante dal giudicato esterno, è necessario differenziare l’ipotesi che il giudicato si sia formato prima del deposito della sentenza di appello da quella in cui si sia formato successivamente. Nella prima ipotesi è esperibile il rimedio revocatorio contro la sentenza di appello che non si sia pronunciata sul giudicato intervenuto prima del deposito della sentenza stessa poiché è solo in tale momento che si esaurisce la fase di merito; fino a quel momento è possibile far valere il giudicato esterno producendo in giudizio la sentenza munita di attestato di definitività anche mediante una mera istanza al giudice che consenta la rimessione della causa sul ruolo. Nella seconda ipotesi, invece, ovvero se il giudicato si sia formato dopo il deposito della sentenza di appello, unico rimedio esperibile è il ricorso per cassazione per violazione di legge. Pertanto nella fattispecie oggetto di decisione della Corte il ricorso era rigettato poichè l’interessata non aveva eccepito la già intervenuta formazione del giudicato innanzi alla Corte di merito mentre era ancora in corso il processo né aveva impugnato la sentenza di appello con il mezzo revocatorio ordinario ex art.395 n.5 c.p.c., unica impugnazione esperibile. La indicata sentenza del Giudice di legittimità induce ad alcune considerazioni relativamente alla  cosiddetta eccezione di giudicato esterno  che, ad avviso dello scrivente, dovrebbe ritenersi sempre ammissibile nel giudizio di legittimità, anche nell’ipotesi che non sia


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